La terra dei cachi


Leonardo Marra

“Un ecodistretto dove si lavorano i rifiuti differenziati e si digerisce l’umido non può essere il biglietto da visita della città di Padula, di Sant’Angelo, della rete museale collegata al MACA, della rinomata gastronomia locale e delle piccole e grandi aziende a chilometro zero impegnate caparbiamente nella produzione del biologico”.
Ho letto queste parole in un recente articolo. Caspita! Mi sono detto, possibile che una iniziativa che dal punto di vista ecologico si presenta così bene (non dimentichiamoci che stiamo facendo la raccolta differenziata proprio per recuperare il materiale che può essere riciclato per altri usi), possa provocare tanti danni alla comunità che la ospiterebbe. Perdonatemi, ma ho davvero qualche difficoltà a comprendere. Tutti auspichiamo la raccolta differenziata, perché: “questo mondo ha bisogno di essere salvato”, “siamo sommersi dalla spazzatura”, “che mondo consegneremo ai nostri nipoti” e poi quando si passa ai fatti, l’unico sforzo che riusciamo a fare è quello di raccogliere la nostra produzione giornaliera di rifiuti in un mastello e consegnarla ad altri, ponendosi solo il dubbio: ”Chissà se davvero questi rifiuti vengono differenziati”. Mi sembra fin troppo comodo. Ora siamo quasi sul punto di scoprire l’arcano. Forse pensavamo che per intervento divino i rifiuti differenziati si tramutassero in altri oggetti di uso quotidiano? No cari amici, come tutti i prodotti naturali e non, hanno bisogno di essere selezionati, convertiti, lavorati ed infine reimmessi sul mercato sotto forma di lampade, montature per occhiali, sedie, arredi urbani, scope, tubi per irrigazione, ma anche maglioni e coperte in pile, imbottiture per giacconi invernali o tessuti per arredamento. Insomma l’utilizzo del materiale riciclato (e qui mi sono limitato al solo PET) è davvero infinito. Ma l’unico modo per ottenerli è cominciare dal basso, dalla loro separazione da altro materiale; questo avviene o dovrebbe avvenire nell’ ecodistretto. Francamente credo che la politica dei NO a priori non porti tanto lontano, infatti non mi risulta che (perdonate la blasfemia) il nostro Sant’Angelo abbia in qualche modo incentivato turismo o occupazione, ed il Padula o il MACA, salvo periodici eventi, immagino non riescano a fare più di tanto (e comunque mi sono stancato di vedere tirare sempre in ballo il Padula, come il prezzemolo in ogni minestra!!!). Sono anni che si parla di energie alternative, ci sono stati periodi che tutti erano diventati esperti in eolico, molti in energia solare, tanti in energia idraulica, pochi o nessuno in energia ad idrogeno, ma non dispero che la nostra agorà possa produrre a breve anche figure professionali di questo tipo. In tempi non lontani si ascoltava qualcuno affermare con convinzione: “basta con la benzina che ci provoca il cancro”, “basta con le centrali a combustibile fossile” (ma questo lo affermavano solo quelli con specializzazione quinquennale), “ci vuole l’energia pulita”, “bisogna incentivare l’utilizzo delle energie alternative” (per questa affermazione bastava una specializzazione triennale). Poi si è presentata la possibilità di insediare delle pale eoliche per produrre energia pulita e gli stessi che pontificavano il loro utilizzo, hanno cominciato a fare dei distinguo: “ma producono molto rumore”, “ma deturpano l’ambiente”, “ma la nostra bella Sila che fine le facciamo fare” e via dicendo. Sappiamo bene quanto quelle scelte siano state, invece, condizionate da chi non vedendone un tornaconto personale ha cercato di influenzare (riuscendoci) l’intera comunità con minchiate pronte all’uso. OCCASIONE PERSA. Meno male che la centrale idroelettrica è stata costruita negli anni 50 altrimenti staremmo ancora qua a discutere della pericolosità della diga del “deturpamento della nostra bella Sila”, dei danni provocati all’agricoltura, di quelli al turismo ed all’avifauna locale, alla possibilità che alcune specie animali autoctoni scomparissero per sempre e di come lo studio sui cromosomi angelici non sia ancora in grado di fornire risposte esaustive ed accurate per l’identificazione della loro sessualità. Detto ciò, io credo che il NO all’ecodistretto, non nasca da una vera convinzione di tipo tecnologico. Tutti (o quasi) sono a conoscenza che in Italia (senza entrare nell’ambito europeo) esistono diversi siti con impianti di compostaggio o di recupero del materiale da riciclo (facciamo lo sforzo di fare una ricerca su internet). Alcuni funzionano in maniera eccellente, altri vengono abbandonati al degrado quasi completo. Ecco, la paura ricorrente e che si faccia la fine di questi ultimi. Quando si ventilava la possibilità che Acri fosse un sito per la costruzione di un termovalorizzatore (ahi! Che parolaccia), la gente sveniva per strada, il pronto soccorso era intasato da episodi di infarti fulminanti. Eppure inceneritori (non termovalorizzatori che credo siano anche meno inquinanti) esistono nei posti più belli d’Italia (Parma, Granarolo, Arezzo, Modena, e nessuno si lamenta per il parmigiano o il latte al sapore di polietilene tereftalato). Poi esistono gli altri, quelli in cui il malaffare ha avuto la meglio sulla tecnologia, quelli in cui il compromesso politico ha creato degli ecomostri (tanto per richiamare alla memoria il Moloch), quelli in cui l’interesse privato ha avuto la meglio su quello collettivo. Sono questi i casi che le persone, me compreso, ricordano di più, perché in questo Paese sono davvero poche le realtà in cui si può affermare con assoluta convinzione che ci siano controlli accurati, trasparenti e continui sulla progettazione, sulla costruzione, sulle tecniche di conferimento, su quelle di lavorazione ed infine sull’esito di tutto il ciclo produttivo. E’ questo che fa paura alla gente, la mancanza dei controlli. Non la capacità tecnica di realizzare queste opere, quanto la volontà di renderle affidabili e sicure, non le moderne tecnologie, che ormai riescono a garantire livelli di sicurezza ambientali davvero impensabili qualche decennio fa, quanto la volontà di applicarle nella loro interezza, di controllare che gli standard progettuali vengano osservati per tutto il ciclo vitale dell’impianto, poiché sappiamo bene che “passatu lu santu, passata la festa” e creata l’opera, nel migliore dei casi si lascerà all’incuria degli elementi (guardate quanti esempi abbiamo ad Acri) grazie alla connivenza di tutti noi e dei politici di ogni epoca e colore, ma nel peggiore dei casi si produrrà senza alcun controllo o con il controllo minimo indispensabile per legge, con il risultato che, al minimo refolo di vento la spazzatura (plastica soprattutto) la troveremo sparsa per tutto il circondario (succede di già senza ecodistretto). Purtroppo la classe politica (che poi è responsabile della realizzazione dell’opera) non può più dare garanzie credibili che questo trend cambi in positivo, ecco perché non me la sento di condannare chi dice di no all’ecodistretto, pur consapevole che in questo modo condanneremo sempre più Acri alla morte cerebrale e fisica. Non basteranno “Padula, Sant’Angelo, la rete museale collegata al MACA, la rinomata gastronomia locale e le piccole e grandi aziende a chilometro zero impegnate caparbiamente nella produzione del biologico” a farci risollevare dal nulla in cui siamo precipitati. Non basteranno, come non sono bastate finora. P.S. Da qualche parte ho letto che la presenza dell’ecodistretto porterebbe ad un abbattimento della TARI di almeno il 50%. Abbastanza difficile da credere dato che, anni fa furono fatte più o meno le stesse promesse in merito alla raccolta differenziata. Ebbene da quando è iniziata la raccolta, abbiamo raggiunto oltre il 50%, ma le tariffe sono rimaste invariate. Evitiamo almeno di prenderci palesemente in giro, ve ne prego! |
PUBBLICATO 09/08/2019 | © Riproduzione Riservata

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