Anime morte?


Assunta Fusaro

"Partenza e morti su' tra 'na vilanza
tra l'una e l'autra nun c'è differenza. Chi dici ca la morti supravanza, ma iu dicu ch'e' cchiu' brutta la partenza..."(1) In questi versi c'è tutto il dolore di chi è costretto ad abbandonare terra e affetti per intraprendere un viaggio verso l'ignoto. Ed è appunto il dolore che colgo nell'ultima opera del prof. Giuseppe Scaramuzzo: Gli emigrati acresi nelle Americhe e la Grande Guerra. Ancora una volta il prof per definizione mi spinge nella realtà, nella nostra realtà, quella fatta di cattivi governi e quindi di povertà estrema: ...Su' senza giacca, nun hanu cappiellu, Matarazzi e vutani; Un ci capi 'nu puntu allu mantiellu, Scauzi cumu cani....(2) Allora si fugge dalle umiliazioni più feroci, da una morte certa di stenti e ci si avvia verso un futuro in un paese lontano che promette dignità, ma non c'è nulla di sicuro ed è evidente che non sarà facile e che forse non si tornerà più. Con mio rinnovato piacere l'autore fa intravedere comunque una comunità ricchissima di spunti culturali che vengono non solo dai nostri riconosciuti poeti, scrittori, giornalisti , studiosi appartenenti per lo più ai ceti più fortunati ma anche dal quel mondo di analfabeti che" lavorano per mangiare, mangiano per aver forza a lavorare e poi dormono "attraverso gli appassionati, bellissimi canti popolari, una comunità che comunque non si lascia annichilire (da "briganti a emigrati") e realizza nella partenza il desiderio di ritornare "liberi", affrancati dalla schiavitù di sé e della propria famiglia. E poi, come se non bastassero i padroni, gli usurpatori locali a rendere impossibile la vita della povera gente, ecco la guerra, la Grande Guerra che, come tutte le guerre, di grande ha solo il numero dei morti, che chiama alle armi anche gli emigrati e dichiara disertore chi non ce la fa a cambiare ancora, ad affrontare altre sofferenze. Purtroppo ci saranno anche quelli che spinti dalla nostalgia, da un malriposto senso del dovere si avvieranno a "servire la patria" soffrendo l'indicibile, riportando mutilazioni o lasciandoci la vita. E devo confessare che appena ho avuto in mano il libro sono andata con frenesia a cercare i nomi, in quel lungo, dettagliato elenco di vite e di morti, dei miei bisnonni, e altri, della mia famiglia di origine e di quella acquisita, perché in quelle pagine c'è la mia storia e la storia forse di gran parte della gente di Acri. Io so bene, per averla vissuta direttamente anche in tempi più recenti, cosa significa l' nemigrazione forzata, il dolore, la mancanza, lo squilibrio che crea nelle famiglie; per questo vedo in quest'opera non solo il grande merito della conservazione della memoria storica, perché è solo su queste fondamenta che si costruisce il futuro, ma anche una denuncia delle condizioni attuali che, sempre per il perpetuato malgoverno, vedono i giovani, e non solo, cercare altrove quel diritto al lavoro e quindi a una vita dignitosa che qui è in gran parte negato, e vedono anche arrivare sulle nostre coste gente disperata, spinta anch'essa dai vari, tragici eventi politici e comunque dall'indifferenza mondiale ai bisogni dei più deboli, che ha l'aspetto dei miei bisnonni che potrebbero essere fra quelle figure incerte che si indovinano sulla copertina di questo splendido libro. Il mio professore di sempre ha il grandissimo merito di continuare, con ostinazione, insieme a pochi altri, a mantenere alto il livello cultural di questa nostra terra, compito arduo, sempre più difficile in un contesto dove sembra che si siano smarriti tutti i riferimenti positivi, anche quelli che pure erano forti della cultura popolare. E io sono certa come il mio prof, che immagino sempre come lo vedevo ai tempi del liceo, nella casa di mamma Ortensia, circondato da centinaia (allora) di libri, che ci metteva a disposizione, fatta salva la promessa di non sgualcirli e magari di foderarli (sigh...), che è solo la cultura che ci libera la mente dai condizionamenti pseudo culturali di questa società e classe politica accattone, false, e ci rende protagonisti del nostro futuro. 1) Julia, La partenza nei canti popolari acresi. 2) S. Scervini, "Quannu 'a trippa è vacanti 'a lingua parra". |
PUBBLICATO 03/01/2019 | © Riproduzione Riservata

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